L'Abbazia dei SS. Pietro e Paolo d'Agrò

Chiara TodaroArte e Musei, Borghi di Sicilia, Messina, Savoca, Storia e CulturaLeave a Comment

L’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò, presso Casalvecchio Siculo, è uno fra i più interessanti siti basiliani fondati in Sicilia in epoca normanna. La provincia di Messina conta numerosi esempi di questi luoghi di culto: Santa Maria della Valle conosciuto come Badiazza, Santa Maria di Mili, Santi Pietro e Paolo di Itala, tutti risalenti all’XI secolo.
I Padri Basiliani erano monaci di rito greco e sono ricordati come “monaci guerrieri” in quanto in caso di attacco abbandonavano la croce e impugnavano la spada. Anche per questo i monasteri e le abbazie basiliane si presentano come strutture fortificate, come è sottolineato dalla merlatura che ne circonda il perimetro, dal momento che sorgono in prossimità di torrenti o fiumare che in passato rappresentavano una facile via di comunicazione e di accesso ai luoghi impervi come piccoli villaggi che sorgevano fuori dall’abitato principale.
Secondo la prima fonte documentale, un monaco di nome Gerasimo chiese al Re Ruggero II il permesso e l’aiuto economico per riedificare un monastero sito lungo la fiumara di Agrò, evidentemente distrutto durante l’invasione musulmana e probabilmente risalente al 560 d.C, anno in cui arrivarono in Sicilia i Padri Basiliani. Ruggero II accolse la richiesta del monaco ed elargì denaro e mezzi sufficienti per la ricostruzione del complesso nel 1117. Nel 1131 il monastero dei Santi Pietro e Paolo di Agrò è dichiarato suffraganeo del San Salvatore di Messina. Il complesso molto probabilmente fu danneggiato dal terremoto del 1169 che interessò tutta la Sicilia orientale, e quindi fu sottoposto a restauro nel 1172 dall’architetto Gherardo il Franco, primo ed unico nome di architetto giunto da epoca normanna ai giorni nostri, come si apprende dall’iscrizione in greco posta sull’architrave della porta d’ingresso: «Fu rinnovato questo tempio dei SS. Apostoli Pietro e Paolo da Teostericto Abate di Taormina, a sue spese. Possa Iddio ricordarlo. Nell’anno 6680. Il capomastro Gherardo il Franco» L’anno 6680 corrisponde nella cronologia greco-bizantina al 1172 in quanto gli anni si calcolavano dall’origine del mondo ovvero 5508 anni prima della venuta di Cristo. Da quel restauro la chiesa non subì altre modifiche ed è giunta a noi praticamente intatta, al contrario del circostante monastero di cui non rimangono che pochi resti. Il monastero, dove dimoravano i monaci di San Basilio, fu non soltanto un centro di potere religioso ma anche giudiziario e politico dal momento che l’abate era membro del Parlamento Siciliano. I monaci studiavano e insegnavano e possedevano una ricca biblioteca, di cui alcuni manoscritti e pergamene sono oggi conservate presso la Biblioteca Regionale Universitaria di Messina.
L’opera dei monaci venne a cessare nel 1794 quando i Basiliani abbandonarono la Valle d’Agrò per trasferirsi a Messina nel Convento dei Padri Domenicani di San Gerolamo, oggi non più esistente perché distrutto nel terremoto del 1908, che occupava l’area attuale dell’Isolato 197/A compresa tra la Via Primo Settembre e la Chiesa di Sant’Elia.
A prima vista, l’aspetto che colpisce di più è senza dubbio la spettacolare policromia delle facciate resa possibile dal sapiente alternarsi di mattoni in cotto, pietra lavica e pietra calcarea o arenaria, disposti in varie direzioni formando decori semplici ed eleganti ma allo stesso tempo unici. Un altro elemento decorativo è il motivo delle arcate intrecciate, che si susseguono su due ordini lungo l’intera superficie esterna dell’edificio. Le arcate dell’ordine inferiore sono tutte leggermente acute, mentre nelle arcate dell’ordine superiore, corrispondente ai muri della navata centrale, si osserva l’innesto di un arco a tutto sesto fra due archi leggermente acuti.
La chiesa è orientata, cioè con le absidi rivolte verso est come tutte le chiese medievali: l’orientamento delle chiese è determinato dal sole, che nasce ad oriente (Cristo=Luce) ed è un simbolo della Risurrezione e della seconda venuta. Dal XVI secolo questa caratteristica verrà sempre meno rispettata per le architetture di carattere sacro. Le tre absidi all’esterno si differenziano fra loro per dimensioni e forma. Le due laterali, infatti, si presentano più piccole rispetto a quella centrale, e hanno forma semicircolare, all’esterno così come all’interno, mentre l’abside centrale ha forma rettangolare all’esterno, pur mantenendo la semicircolarità interna. Questo elemento lo ritroviamo anche nella Chiesa dell’Annunziata dei Catalani di Messina, dove le absidi laterali si presentano rettangolari mentre quella centrale è semicircolare. L’abside di destra serviva da “diakònikon” ovvero uno spazio utilizzato per custodire i paramenti sacri e i messali, mentre l’abside di sinistra è chiamato “pròtesis” dove venivano preparate le offerte del pane e del vino per l’officiazione liturgica.
La chiesa si caratterizza per la presenza di due cupole, un tempo presumibilmente quattro, che sormontano la struttura. La prima copre la parte centrale della navata, è caratterizzata da otto spicchi visibili oltre che all’esterno, anche all’interno, ed è sopraelevata su di un alto tamburo. La seconda cupola copre la parte centrale del transetto e, similmente alla prima, è divisa in otto spicchi ed poggia su un tamburo ottogonale.
La facciata principale è molto articolata. Esso è preceduto da un esonartece impreziosito da un arco a sesto acuto e incorniciato, ai fianchi, dai muri delle torrette, un tempo sormontate presumibilmente da cupole, oggi del tutto scomparse. All’interno delle torri di facciata si svolgevano le scale che consentivano l’accesso alla sommità della chiesa. L’ingresso principale in corrispondenza dell’esonartece, presenta caratteristiche simili. Qui possiamo leggere l’epigrafe in greco antico relativa al restauro avvenuto nel 1172, incorniciata nell’archivolto decorato da blocchi di pietra bianca e nera alternati e intramezzati da laterizi e spessi strati di malta.
Un ingresso più piccolo è posto lungo il fianco meridionale e si distingue per la presenza di un massiccio architrave in marmo di Taormina, sormontato da un archivolto a sesto acuto, costituito da tre fasce sovrapposte: la prima e l’ultima sono formate da un’alternanza di blocchi bianchi e neri, mentre la fascia centrale è costituita dall’intarsio a scacchiera di rombi bianchi e rossi, su fondo di pomice nera.
L’interno della struttura appare spoglio, lineare nella essenzialità delle colonne monolitiche decorate dai capitelli che dividono le navate. Probabilmente anticamente le pareti erano arricchite da affreschi, ma nessuna traccia è giunta fino a noi oggi. L’aula è divisa in tre navate da un insieme di quattro colonne e due pilastri, che introducono l’area del presbiterio e delle absidi. La navata centrale è la più ampia, con alta copertura piana, le due laterali hanno in larghezza un’estensione inferiore e sono coperte da volte a crociera. Nonostante l’impianto della chiesa sia basilicale, la cupola posta al centro dell’aula richiama anche le chiese con pianta a croce greca, tipiche del mondo bizantino. A questa caratteristica, osservata già presso la cuba di S. Domenica di Castiglione, si aggiunge la complessa soluzione edilizia utilizzata al fine di sorreggere la cupola e il relativo tamburo. Si tratta di un sistema ad alveolature, che richiamano molto da vicino i “muqarnas” dell’architettura islamica, che consiste nella suddivisione della superficie delle nicchie angolari che costituiscono la cupola in numerose nicchie più piccole.

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