I Giganti di Messina

Giacomo ChilléMessina, Storia e CulturaLeave a Comment

I Giganti di Messina

Processione delle barette

La leggenda vuole che, verso il 965, un gigantesco moro di nome Hassam-Ibn-Hammar sbarcasse alla testa di numerosi pirati nelle vicinanze della città, iniziando a depredarla.
Durante le sue scorrerie, vide a Camaro la bella Marta (dialettalmente “Mata”) che era figlia di un non meglio identificato Cosimo II di Castellaccio e se ne innamorò perdutamente. I due erano però divisi dalla diversa religione, e, ottenuto un secco diniego dai genitori alla sua richiesta di matrimonio, Hassam decise di rapirla. Inutilmente cercò in tutti i modi di essere ricambiato del suo amore: Mata cedette soltanto quando il saraceno ricevette il battesimo e cambiò il nome in Grifone.
Abbandonata la spada, si dedicò esclusivamente all’agricoltura, sposò la bella cammarota e fondò, con lei, la città di Messina.
Secondo la versione storica, invece, i Giganti sono figure allegoriche che ricodano un importante episodio avvenuto a Messina al tempo di Riccardo I duca di Normandia e re d’Inghilterra, meglio noto col soprannome di “Cuor di Leone”.
Il sovrano si trovava nella nostra città, in occasione della Terza Crociata, dal settembre 1190 all’aprile 1191, in un periodo in cui i greci erano potentissimi e angariavano i messinesi (latini). Malvisti da Riccardo, furono da esso osteggiati e durante il suo soggiorno messinese egli riuscì a fiaccarne l’orgoglio facendo ampliare ed ulteriormente fortificare sulle alture della città un’imponente e antica fortezza, dominatrice e intimidatorie dei greci: non a caso il castello ebbe il nome di “Matagriffone” (oggi Tempio-Sacrario di “Cristo Re”).
L’allusione del nome è evidentissima derivando, “Mata”, dal latino “mateare” (ammazzare) mentre “Grifoni” erano detti, nel Medio Evo e specialmente a Messina, i greci.
Se esaminiamo con attenzione le teste dei Giganti si possono cogliere – osserva il Puzzolo Sigillo – in quella di Mata le espressioni di dominatrice e trionfatrice, simboleggiate dal serto di alloro fra i capelli e la “messinesità” sottolineata dal castello a tre torri (Matagriffone, Castellaccio e Gonzaga).
La testa di Grifone, invece, dai capelli incolti, la folta barba, lo sguardo truce e l’aspetto arcigno e selvaggio, la pelle scura, è quella di un greco vinto che è portato da Mata trionfatrice in stato di servitù e che il capo scoperto e i lunghi orecchini pendenti confermano.
I Giganti, oltre che coi nomi di Mata e Grifone, sono identificati con altri personaggi e ciò si inquadra in quell’ottica municipalistica di conferire antica nobiltà alla città, soprattutto nel secolo XVI: Zanclo e Rea; Saturno e Cibele; Cam e Rea. In quest’ultima versione, l’unione di Cam (figlio di Noè e i cui discendenti popolarono l’Africa) e Rea (la “magna mater” greca) porterebbe, addirittura, al toponimo di Camaro (“i Cammari” nella forma dialettale).
Non si conosce la data della prima costruzione dei due Giganti, ma dalle fonti scritte e dai documenti, si apprende che lo scultore fiorentino Martino Montanini realizzò nel 1560 la statua di Grifone, con la testa e le braccia mobili. Nel 1581, secondo Gaetano La Corte Cailler, gli arti e la testa vennero fissati, sul disegno precedente, dal carrarese Andrea Calamech.
Sull’antichità della Statua di Grifone, testimonia il La Corte Cailler che nel corso dei restauri del 1926: “…sul petto del Gigante si sono notati tre medaglioni, che prima nessuno aveva osservato, uno dei quali risale certamente al XIII secolo mentre gli altri due sono dei secoli susseguenti”. La Gigantessa Mata, invece, venne completamente rifatta dopo il terremoto del 1783 (la testa era stata modellata dallo scultore Santi Siracusa nel 1709) ed entrambi i Colossi, nel 1723, assunsero l’attuale posizione equestre.
Ulteriormente danneggiati dal sisma del 1908, furono restaurati nel 1926, e, ancora danneggiati dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, nel 1951 furono sottoposti a rifacimenti da parte del prof. Michele Amoroso con la consulenza storica di Domenico Puzzolo Sigillo. La testa di Mata, già rifatta in gesso dal prof. Amoroso, nel 1958 venne sostituita dall’attuale scolpita dal giarrese Mariano Grasso e dipinta dallo stesso prof. Amoroso.
La testa di Grifone, invece, è quella originale cinquecentesca del Calamech.
In quattrocento anni di vita, difficilmente i due Giganti hanno saltato l’annuale appuntamento con i messinesi, che con gioia aspettano quei giorni per far vedere ai loro bambini l’imponenza delle due figure equestri.
Il 10 agosto vengono prelevati dal deposito in via Catania, dove sono custoditi tutto l’anno, e trasportati nel vicino villaggio Camaro, ritenuto luogo di nascita di Mata. Il 13 agosto, tra due ali di folla, sono trainati in passeggiata nella zona sud di Messina, e a sera, sistemati in piazza Unione Europea dove centinaia di bambini fanno loro da contorno, facendosi fotografare dai genitori ai piedi di Mata o di Grifone.
L’indomani, la passeggiata continua nella zona nord, per poi ritornare in piazza Unione Europea dove rimanevano fino al 31 agosto, giornalmente erano ammirati anche dalle migliaia di turisti che sbarcavano dalle navi da crociera.
Oggi, non si capisce sulla scorta di quale tradizione, vengono portate in piazza Duomo dove restano fino alla fine d’agosto creando un unico quanto sbagliato contenitore delle “Machine Festive” più importanti di Messina.
Fino agli anni Sessanta i Giganti erano trainati da una folta schiera di tiratori, vestiti con un abito bianco, cappello rosso con nappa pendente (“meusa”) e sciarpa dello stesso colore ai fianchi.
Il corteo era preceduto da quattro tamburi e zampogne, affiancati da un “cammellaccio” animato da due uomini al suo interno e guidato da un cammelliere (a ricordo dell’ingresso trionfale nel 1061, a Messina, del Gran Conte Ruggero il normanno).
Le “Machine Festive” del Ferragosto messinese sono state descritte e riportate su antiche stampe da personaggi illustri, come Giuseppe La Farina nel 1841; dal gesuita Placido Samperi nel 1644; dall’architetto e pittore Jean Laurent Houel nel 1776, che, nella sua opera ” Viaggio pittoresco nell’Isola di Sicilia” stampata a Parigi nel 1784, descrive la festa della Vara paragonandola a quella palermitana di Santa Rosalia.


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