La Pesca del Pesce Spada

La Pesca del Pesce Spada

Pesca del Pesce Spada

Un’antica leggenda tramanda di un popolo greco, i Mirmidoni che, non sopportando la sconfitta contro i Troiani, nell’intento di vendicare l’uccisione del loro re Achille, decisero di annegarsi in mare per la vergogna: allorchè la dea marina Teti, madre di Achille, li trasformò in pesci dotati di una lunga spada a simboleggiare la loro origine guerriera.
La pesca del pesce spada si praticava già nel II sec. a.C.. In origine non veniva usata alcuna imbarcazione: lo storico greco Polibio ha descritto nelle sue opere questa tradizione, raccontando di aver visto un pescatore calabrese appostarsi sugli scogli e aspettare con l’arpione il pesce spada. Polibio descrive anche altre tradizioni ed usi come l’utilizzo di torrette e passerelle. Questi usi, tramandati di generazione in generazione, hanno fatto sì che da più di duemila anni la tecnica originaria di pesca nello Stretto di Messina sia rimasta pressoché immutata: avvistare il pesce, inseguirlo o attenderlo, lanciargli un arpione e lottare con lui.
A differenza di quanto avveniva nell’antichità, negli ultimi secoli (probabilmente dal Quattrocento) venne introdotta un tipo di imbarcazione di origine araba, chiamata Feluca. La feluca è una barca piccola, lunga dai 5 ai 7 metri, senza chiglia, alla quale veniva richiesta la massima stabilità, con un equipaggio di cinque rematori e un arpioniere (“u lanzaturi”). Questi cambiavano a volte disposizione, ad eccezione del quinto uomo che saliva sull’albero maestro per avvistare la preda. Nella costruzione della barca variava la qualità del legname: a volte pino, gelso o quercia. Il fasciame era sottile e leggero e la barca era tradizionalmente dipinta di nero all’esterno in modo da risultare meno visibile al pesce, e di verde all’interno. Per tenere pronti gli arpioni venivano inseriti ad incastro sui bordi a destra e a sinistra dell’arpioniere due maschitti, tavole verticali con due scalmiere ciascuna dove a portata di mano riposano trasversalmente le aste degli arpioni.
Tra i componenti dell’equipaggio c’era una sorta di gerarchia. Dall’alto dell’albero maestro della feluca, il pescatore detto antenniere, avvistato il pesce spada gettava un grido d’allarme. Il pescatore cercava di cogliere il momento giusto per lanciare la fiocina, la quale veniva legata all’imbarcazione con una lunga lenza. A questo punto, seguendo un rituale assai rigido, veniva ingaggiata una vera e propria lotta, gli incidenti erano frequenti: per questo motivo veniva invocata la protezione di Santa Maria Benedetta al lancio della fiocina. Il pesce infilzato affiorava saltando fuori dall’acqua e s’inabissava, finché stremato si arrendeva al pescatore. Oggi la feluca è dotata di una lunga passerella che sporge della prua utilizzata dall’arpioniere per seguire più da vicino il pesce spada e al momento giusto lo infilza con l’arpione.
Accadeva spesso che il compagno del pesce spada colpito, vedendo la compagna in pericolo, cercasse di difenderla, a volte cercando di aggredire l’uomo, provocando invece la propria cattura: questa coppia viene detta “paricchia”. Di questa incredibile storia d’amore e di morte, è stato interprete il cantante Domenico Modugno nella canzone “U pisci spada”. Il pesce colpito viene issato a bordo e un pescatore incide, vicino la branchia un segno, detto “a Cardata ra cruci” in segno di rispetto: consiste nel marcare con le unghie quattro croci sulla parte destra del corpo del pesce. A questo segno se ne susseguono altri, tramandati e rispettati dai pescatori. Al termine della pesca l’animale viene coperto e riparato dal sole per non alterarne la freschezza e le proprietà.
Nobile combattente, il pesce spada è nobile anche sulla tavola, uno degli ingredienti tipici della cucina locale. Il modo per gustarne appieno il sapore è cucinare una fetta arrosto accompagnata dal “sammurigghiu”, cioè una salsina preparata con olio, acqua, succo di limone, origano e aglio. Le fette impanate e fritte sono una rivisitazione delle cotolette di carne. Fettine di pesce spada sottilissime, ripiene con pane raffermo condito con un composto di pecorino, capperi tritati, aglio, prezzemolo e olio, sono le tipiche “braciole di pesce spada”. Si possono cucinare grigliate o al sugo di ghiotta, utilizzato anche come condimento per la pasta, che consiste in una salsa di pomodoro fresco tradizionale con l’aggiunta di olive bianche in salamoia snocciolate, sedano, capperi e sedano.

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